Il digitale è innocente!

h1 febbraio 2nd, 2012 by dee A.K.A. cyberdread

da DJ Mag Italia

Probabilmente il titolo di questo pezzo farà ribollire il sangue a molti, soprattutto a quelli che non perdono occasione di denigrare il progresso accusandolo di “sporcare” irrimediabilmente l’arte. Certi DJ, produttori e persino giornalisti veleggiano da tempo su banali luoghi comuni tendenti ad esaltare il passato a scapito del presente. E’ nato così il movimento del “prima però”, pronto ad ergersi tutore della verità, del talento e della passione. «I computer-DJ di oggi non sono in grado di tenere testa ai veri DJ di un tempo, che facevano girare i dischi in vinile e mixavano senza mouse» dicono. Ed aggiungono lapidari: «La qualità della musica non è più quella di una volta».

A mio avviso non è il mezzo a testimoniare a favore dell’artisticità, ed infatti anche quando la musica la si pressava solo su vinile non c’era limite al peggio. Così come è sempre esistito il talento, è sempre esistita l’inettitudine, e sempre lo sarà, digitale o non.

Qualcuno si appiglia al fatto che l’acquisto di musica rappresentava motivazione maggiore rispetto ad oggi, in cui il download pirata ha spesso la meglio. Forse, ma non necessariamente. Quanti ragazzini hanno investito i propri risparmi in vinili per poi abbandonare tutto nell’arco di un paio d’anni? La risposta la si trova nei mercatini dell’usato, dove i mix dei “bei tempi” non si contano più. Altri parlano dei costi dell’analogico come deterrente che spingeva i meno convinti a desistere. Quando mai. Esistono centinaia di etichette che, negli anni di apparente qualità suprema, hanno sfornato tonnellate di brani prodotti coi decantati equipment analogici e regolarmente editi su 12″, ma andati al macero nell’arco di pochi mesi perché ignorati dal mondo intero. Altri ancora hanno il coraggio di parlare dell’uso passivo del sample come entità relegata al nuovo millennio. Ridicolo.

Il movimento del “prima però” dimentica che un tempo c’era anche chi si faceva pesantemente condizionare dalle blasonate Top 20 radiofoniche, chi utilizzava il mixer con l’unico scopo di eludere il silenzio tra un brano e l’altro, e chi si proclamava produttore con dischi clonati più che passivamente dalle hit. Oggi c’è ancora chi segue la medesima strada, ma attraverso la tecnologia attuale. «Il modo in cui faremo tutto non sarà mai più lo stesso» recita un recente ed arguto spot televisivo.

Ancora dubbiosi? Leggete alcuni degli stralci che ho pazientemente raccolto facendo incetta nel mio archivio editoriale, e provate a collocarli cronologicamente. Le date verranno rese note tra una settimana e, vi assicuro, daranno fil da torcere anche ai più scettici.

Oggi non si tratta più di essere creativi, è sufficiente campionare la musica di altra gente e fare i soldi sfruttando quello che altri hanno creato. (Larry Heard, Dicembre xxxx);

Mi piace che molti abbiano cominciato a far dischi, però spesso la qualità non è buona. E i dischi che escono sono troppi. Molte canzoni sembrano non ultimate ed incomplete, o troppo simili l’una all’altra per la stessa programmazione della batteria. Vorrei che ci fosse un sound più personale, più libero, perché le cose del momento mi sembrano abbastanza statiche. Tutti stanno aspettando che succeda qualcosa di nuovo ed eccitante: io non aspetto, tento di farlo. (Marshall Jefferson, Gennaio xxxx);

Per me il mix è diventato vecchio: lo facciamo da vent’anni! Non ho niente contro il mix, ma la gente che pensa solo a mixare dimentica i pezzi buoni perché, a volte, questi non hanno ritmica adatta per essere mixati. Molti non passano certi brani perché non sanno se lasciarli andare o mixare l’intro, preferendone altri con introduzione che dura 7 minuti ma che non portano a nulla. Tutta questa gente usa sempre gli stessi campioni, le stesse ritmiche: dopo un po’ diventa noioso e la gente che sente sempre la stessa musica non andrà mai in negozio a comprarla. Vendono solo i pezzi che hanno una vera identità. Nel mio club, a New York, vorrei far suonare musicisti e DJ: credo sia interessante e stimolante. Se avessi fatto una cosa del genere in Italia, mi avrebbero tirato pomodori: qui tutti si aspettano un certo tipo di musica in base alla tendenza del locale. Non c’è nessun posto dove puoi mettere tutta la musica che vuoi: la gente non è pronta e il proprietario del locale ti direbbe che non puoi farlo. Vogliono sicurezza, e molti hanno paura di togliersi il paraocchi. Spero proprio che qualche DJ emergente, prima o poi, dica “al diavolo, noi possiamo fare meglio!”. Spesso le idee innovatrici vengono dai giovani che hanno nuova energia. (François Kevorkian, Dicembre xxxx);

Lo stato in cui versa la Dance music negli States è veramente disdicevole: la tecnologia a basso costo permette a tutti di fare musica, e tale aspetto necessiterebbe di un cambiamento, perché c’è troppa gente senza talento che entra in questo settore grazie all’estrema facilità nel farlo. Così vediamo ragazzi che sfornano tracks a getto continuo, vendendole alla modica cifra di 500/1000 dollari a compagnie discografiche che le comprano in quanto è molto meno costoso che investire su un gruppo vocale. E, se hanno la fortuna che la traccia venda, non devono pagare nient’altro al produttore. Altra cosa fastidiosa sono i DJ: attualmente stanno suonando solo merda! Ovviamente c’è qualcuno veramente bravo, ma non come negli anni Ottanta quando c’erano molti e capaci anche di mixare sapientemente tracce vocali. Quelli contemporanei sono semplicemente assemblatori di ritmiche elettroniche: non usano più produzioni di “musica vera” e si sono dimenticati (o non conoscono affatto) l’abc. Sono preoccupati dalle canzoni perché non hanno la benché minima concezione di come vengano fatte. Per questi DJ è sufficiente il bum bum. (Kurtis Mantronik, Settembre xxxx)

Ci sono così tante cose sbagliate che non so da dove iniziare. Tra queste l’eccessivo sovraffollamento del mercato, perché è troppo facile fare i dischi, e sono sempre troppo pochi quelli che cercano di fare cose nuove senza affondare in standard preconfezionati. (Erick Morillo, Aprile xxxx).

 

La crisi artistica di cui tanto si parla, dunque, non è affatto riconducibile a quella che ho, in un recente passato, definito “La Digitalizzazione Globalizzante” (vedi DJ Mag Italia n. 9, Aprile 2011).

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Diritti d’autore, cosa dice il decreto liberalizzazioni

h1 gennaio 23rd, 2012 by dee A.K.A. cyberdread

da Wired.it.

Diritti d’autore, cosa dice il decreto liberalizzazioni

Non tocca la Siae, ma è un primo e deciso passo in direzione di un nuovo metodo di gestione dei diritti. Che dice addio al monopolio

23 gennaio 2012 di Martina Pennisi

Monopolio Siae abolito, anzi no. I minuti successivi alla conferenza stampa di presentazione del decreto liberalizzazioni del governo di Mario Monti hanno fatto (ben) sperare in merito a un rivoluzionario cambiamento della gestione dei diritti d’autore, tradizionalmente nelle esclusive ( quantomeno entro i confini nazionali) mani della Società Italiana degli Autori ed Editori. Ulteriori verifiche e analisi di quanto previsto dal comma 2 dell’articolo 39 del decreto, che ricordiamo deve ancora passare al vaglio del Parlamento, hanno permesso di dare una chiave di lettura più precisa.

A venire toccati ” al fine di favorire la creazione di nuove imprese nel settore della tutela dei diritti degli artisti interpreti ed esecutori” sono ” i diritti connessi al diritto d’autore“, la cui ” attività di amministrazione e intermediazione” diventa ” libera“. Monti & Co. sono quindi intervenuti nel campo d’azione del Nuovo IMAIE, che si occupa appunto della riscossione e tutela dei diritti spettanti – ad esempio – ad artisti che effettuano registrazioni o legati all’immagine dei titolari delle opere, e hanno imposto la concorrenza all’interno dello stesso. Si tratta, come spiega a Wired.it il segretario di Agorà Digitale Luca Nicotra, comunque ” di un successo enorme, che apre ad altre modifiche del settore: se passa l’idea che una competizione tra enti commerciali o cooperative di autori è vantaggiosa e utile ulteriori aperture sono possibili“. Il capitolo IMAIE, aggiunge Nicotra, ” era intoccabile” alla stessa stregua di quello Siae, non a caso il commissario straordinario Gian Luigi Rondi ha sentito il bisogno di ribadire l’importanza del ruolo della Società Autori ed Editori nel giorno dell’approvazione da parte del Cdm del decreto.

In Parlamento, aggiunge l’avvocato Guido Scorza, sono già presenti 6 o 7 disegni di legge atti ad abolire il famoso articolo 180 della legge 633 del 1941, che tiene da anni sotto scacco chiunque voglia accedere a materiale con il bollino Siae. Scorza cita, per rendersi conto degli effetti di una gestione monopolistica del settore, lo studio dell’istituto Bruno Leoni, secondo il quale fatto 7 il costo di una serata musicale in termini di diritti in Italia, in Inghilterra bisogna sborsare solo 1. La medesima analisi evidenzia come l’attuale regolamentazione costi ai soggetti coinvolti (autori, discografici e fruitori) 13,5 milioni di euro all’anno.

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I vantaggi della pirateria

h1 gennaio 23rd, 2012 by dee A.K.A. cyberdread

da Galileo – Giornale di Scienza

 

Il grande sciopero di Internet contro i due progetti di legge Usa contro la pirateria, Sopa e Pipa è servito allo scopo e i timori di rendere la Rete meno libera sono per il momento accantonati (anche se in Italia corriamo ancora qualche rischio), visto che anche i promotori si sono tirati indietro e hanno lanciato in un limbo legislativo le proprie proposte. Al feroce dibattito sui diritti d’autore e il Web si è aggiunta la chiusura forzata di MegavideoMegaupload della scorsa settimana. E la domanda resta la stessa: è vero che la pirateria digitale sta mettendo in ginocchio l’industria dell’intrattenimento? Le motivazioni che spingono le grandi major a battersi fino all’ultimo sangue contro i download illegali le conosciamo tutti. Chi scarica un contenuto gratis ovviamente non lo acquista, e causa perciò un danno economico a chi produce e distribuisce dvd, album e libri.

A un’analisi più attenta, però, il fenomeno della pirateria potrebbe apparire molto meno grave di quanto non lo dipingano i politici e le multinazionali. Come fa notare Wired.com, i download illegali non hanno intaccato la produzione di film e musica negli States che, invece, ha raggiunto record storici negli ultimi anni. Inoltre, non ci sono prove concrete sul fatto che i contenuti pirata causino danni ingenti all’economia. La realtà è che i file scaricati liberamente in Rete potrebbero aiutare gli artisti a farsi conoscere dal pubblico e a innescare un circuito virtuoso in cui il denaro risparmiato sull’acquisto di un cd può essere speso altrove. In sintesi, al mercato non interessa dove tu spenda i tuoi soldi.

Infatti, come spiega New Scientist, l’equazione “ download illegale uguale calo delle vendite” non sta affatto in piedi. Le grandi multinazionali danno per scontato che se la pirateria online venisse azzerata, tutti gli utenti della Rete si riverserebbero nei negozi a comprare i prodotti originali. Niente di più sbagliato: chi non può scaricare un film gratis – o pagarlo un prezzo che considera abbordabile – abbandonerà l’idea di averlo in dvd. Per le major, quindi, la vera perdita economica consiste nel fatto di non saper sfruttare bene la domanda di mercato.

Nell’esempio fatto da New Scientist, una casa di produzione decide di mettere in vendita su iTunesquattro stagioni complete di una serie a 100 dollari. È questo il prezzo minimo imposto da ragioni di marketing, ma il pubblico potrebbe pensarla diversamente. Tra i fan della serie, c’è chi fissa come prezzo equo 80 dollari e chi, magari, solo 15. Tutte queste persone sono clienti mancati, perché il prodotto viene venduto solo a chi è pronto a sborsare 100 dollari. Lo stesso corto circuito avviene quando viene deciso che una serie in prima visione venga diffusa sui siti online a pagamento con delle limitazioni geografiche.

Perché tagliare fuori dei potenziali clienti stranieri che sarebbero disposti a pagare pur di vedere inanteprima l’ultima puntata di Sherlock?

In una situazione in cui la grande distribuzione non è in grado di soddisfare i bisogni del pubblico, ildownload illegale diventa un’alternativa seducente e molto appagante. Viceversa, come suggerisceGigaOm, se un utente può trovare il prodotto che gli interessa immediatamente disponibile online a un prezzo equo, è molto probabile che lo acquisti. È proprio questa la meccanica che ha sancito il successo di siti di movie streaming come HuluNetflix. Entrambe le piattaforme forniscono video on-demand in modo perfettamente legale e nel 2011 hanno incassato, rispettivamente, 0,4 e 1,5 miliardi di dollari.

Il successo travolgente dei siti di movie streaming ha messo in luce il vero punto della questione: la pirateria ha funzionato per anni come una enorme vetrina di promozione online visitata da milioni di utenti che hanno scaricato, visto e rivisto migliaia di ore di video. Di sicuro, queste persone non hanno comprato un dvd, ma niente vieta loro di acquistare altri prodotti di merchandising legati ai personaggi della loro serie preferita. Certo, diffondere merce illegale è sbagliato, ma il business del video on-demand non ha fatto altro che copiare l’idea dei pirati digitali e trasferire tutti i contenuti online per renderli facilmente accessibili. In un certo senso, le major dovrebbero rendersi conto che il mercato sta cambiando le sue regole e la pirateria rappresenta un buon motivo per trovare sistemi di distribuzione più equi e funzionali.

Tutto sommato, anche il concetto di proprietà intellettuale avrebbe bisogno di una rinfrescata. Nella suaTed conversation, la ricercatrice Johanna Blakley fa presente che nel mondo della moda il concetto di copyright è molto labile. Qualunque stilista può copiare un’idea di un collega o trarre ispirazione dalle mode che sorgono spontanee. In questo settore, il successo di una linea di prodotti non è dato dall’esclusività del design, bensì dallo sforzo creativo che la distingue da quelle concorrenti. Copiare un marchio registrato è sbagliato, ma rubare un’idea e creare un prodotto migliore è un colpo da artisti. L’importante è non essere sleali ma accettare il fatto che la concorrenza non guarda in faccia a nessuno.

 

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Che cos’è il SOPA

h1 gennaio 8th, 2012 by dee A.K.A. cyberdread

da Il Post.

Le cose da sapere sulla contestata proposta di legge statunitense contro la pirateria online, che cambierebbe Internet come la conosciamo oggi

Nelle ultime settimane è in corso un dibattito molto intenso – soprattutto negli Stati Uniti, ma anche altrove – riguardo una proposta di legge in discussione al Congresso. La proposta riguarda la protezione dei diritti d’autore su Internet e ha portato a prese di posizione in un senso o nell’altro delle più grandi società e aziende attive in Rete (quasi tutte contrarie) e dell’industria musicale, cinematografica e farmaceutica (quasi tutte a favore). Non è la prima volta che vengono presentate al Congresso proposte di legge restrittive sulla pubblicazione e la pubblicità di contenuti attraverso internet, ma le proposte precedenti sono state sempre bloccate o respinte. La legge di cui si parla in questi giorni viene spesso chiamata con l’acronimo SOPA.

Che cos’è
SOPA sta per Stop Online Piracy Act, una proposta di legge in discussione alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti per contrastare la pirateria informatica e difendere i diritti d’autore su internet. Una protesta di legge sugli stessi temi e con contenuti simili, il Protect IP Act (PIPA), è stata proposta al Senato degli Stati Uniti dal senatore del Vermont Patrick Leahy, democratico, a maggio del 2011, dopo che una versione precedente della legge (nota con la sigla COICA) era stata bloccata in Senato nel 2010.

La legge è stata proposta alla fine di ottobre del 2011 dal deputato repubblicano Lamar Smith, 64 anni, e da allora ha ricevuto il sostegno di altri 31 deputati (tutti repubblicani). Smith è un politico che viene dal Texas e che è alla Camera dal 1987. In passato ha proposto leggi contro l’aborto e per consentire un maggior controllo delle forze dell’ordine sul software e sulle comunicazioni.

Che cosa dice
La versione iniziale della legge darebbe al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti il potere di chiedere un’ordinanza giudiziaria contro i siti Internet che violano i diritti di autore o ne aiutano la violazione. L’azione legale potrebbe essere chiesta anche dai detentori dei diritti d’autore. Una volta ottenuta l’ordinanza, il governo (attraverso l’ufficio dell’attorney general, il procuratore generale capo del Dipartimento di Giustizia) potrebbe imporre ai fornitori di servizi Internet (provider) di bloccare i siti sospetti e i loro canali di finanziamento. La legge stabilisce pene fino a cinque anni di carcere per i reati che sanziona. Chi è colpito dall’ordinanza ha fino a cinque giorni di tempo per presentare un appello, ma il blocco dei siti avverrebbe prima ancora che un processo stabilisca le eventuali responsabilità dei gestori dei siti.

Che conseguenze avrebbe
Sono stati presentati molti emendamenti alla legge, e la sua formulazione non è ancora definitiva, ma il nucleo del provvedimento sta nella possibilità, da parte delle autorità federali, di bloccare l’accesso, la pubblicità e i canali di finanziamento per i siti che vendono o semplicemente pubblicano illegalmente materiale protetto dai diritti d’autore negli Stati Uniti. Lo streaming di un video di cui non si possiedono i diritti d’autore sarebbe un reato punibile con il carcere, così come la vendita di merci contraffatte. Non solo: potrebbe essere considerato reato anche il semplice linkare contenuti che violano i diritti d’autore, in quanto aiuto alla loro diffusione.

I critici della legge dicono che il SOPA potrebbe obbligare i gestori dei siti a controllare preventivamente tutto il materiale che viene pubblicato dagli utenti, colpendo molto duramente i siti (come Twitter, Facebook o Youtube) che si basano in primo luogo su di esso. Uno degli emendamenti proposti intende limitare il campo di applicazione della legge ai siti registrati fuori dagli Stati Uniti. I poteri dati all’autorità giudiziaria sono molto ampi, e potrebbero arrivare fino alla censura dei risultati dei motori di ricerca e all’intervento nel Domain Name System (DNS), il sistema che distribuisce i nomi dei siti web, gestito in ultima istanza da un ente privato con sede in California, l’ICANN.

A che punto è
Tra il 14 e il 16 dicembre la proposta di legge SOPA è stata discussa alla Commissione giustizia della Camera, nella sottocommissione che si occupa delle questioni di proprietà intellettuale e di Internet. L’opposizione al provvedimento è stata molto decisa e ha presentato una cinquantina di emendamenti, il che ha portato il presidente della commissione a rimandarne la discussione a una data da definirsi.

Chi è a favore
Importanti società e associazioni professionali dell’industria cinematografica, così come aziende farmaceutiche, associazioni sportive e produttori di videogiochi, hanno espresso il loro sostegno alla proposta di legge. L’argomentazione principale dei sostenitori è di tipo economico: i danni della pirateria informatica colpiscono le società per milioni di dollari ogni anno (è in corso un dibattito sull’impatto economico e le dimensioni del fenomeno), che si traducono in perdite di posti di lavoro per i lavoratori statunitensi.

Chi è contrario
L’opposizione al SOPA è molto ampia e coinvolge diverse società importanti che operano nel settore informatico, alcune delle quali si sono riunite in un gruppo di pressione, la NetCoalition, di cui fanno parte tra gli altri Google, Yahoo, Amazon, eBay, PayPal e Wikipedia. Secondo un responsabile di NetCoalition, le società si starebbero accordando per mettere offline temporaneamente i loro siti come azione di protesta nel caso in cui il SOPA venga approvato. L’ultima tra le personalità celebri ad essersi espresse contro il SOPA è stato Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti e membro del consiglio di amministrazione di Apple.

Secondo i critici della legge, il SOPA è un attacco alla libertà di espressione su Internet, e costituirebbe un freno all’innovazione e alla nascita di nuove iniziative nel settore informatico. Molte delle grandi società informatiche riunite nel NetCoalition riconoscono comunque la necessità di nuove iniziative legislative per contrastare la pirateria informatica, ed è stata presentata al Congresso una proposta di legge alternativa, chiamata OPEN e sostenuta tra gli altri da Google e da Facebook, che interviene principalmente sul ruolo del Dipartimento di Giustizia nel mettere in atto i provvedimenti anti-pirateria. I sostenitori del SOPA si sono già espressi in senso contrario, giudicandola insufficiente.

Il deputato repubblicano Lamar Smith, che ha proposto la legge.

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Citazioni, l’arte come la musica ora si pagano i diritti d’autore

h1 gennaio 2nd, 2012 by dee A.K.A. cyberdread

da Repubblica.it.

DOPO LA MUSICA e il cinema, anche l’arte inizia a fare i conti con il problema del diritto d’autore nell’era dello spazio digitale in cui tutto si condivide. Per la prima volta, un giudice statunitense ha ribaltato il principio del “fair use” nel copyright – l’uso leale grazie al quale, per esempio, Andy Warhol nel 1962 poté riprodurre la famosa lattina di zuppa Campbell senza pagare un soldo di diritti – e ha emesso una sentenza di condanna per un artista, giudicato colpevole di essersi indebitamente appropriato di un’immagine altrui.

FOTO Le citazioni di Richard Prince 1

Il copione è Richard Prince, maestro dell’arte della “ri-fotografia” e – pare ironia, ma non la è – dell’appropriation art la parte lesa è Patrick Cariou, fotografo francese che ha ritenuto un furto la rielaborazione sotto forma di collage e dipinti fatta dall’americano partendo da una sua fotografia della serie “Yes rasta”, lavoro di ritratti a dei rastafarian.

La disputa legale è cominciata nel 2010 e ha già ispirato riflessioni e commenti più che mai attuali e dovuti sull’evoluzione del concetto di copyright, ma quella che ai più era parsa una provocazione utile al dibattito artistico si è tramutata ora in panico per artisti e galleristi, come dimostra l’appello fatto proprio dalla Andy Warhol Foundation perché i giudici ribaltino la sentenza dopo il ricorso di Prince.

La maggior parte delle opere di Prince, apprezzate dal mercato con acquisti fino ai due milioni e mezzo di dollari, si basa proprio sulla rielaborazione di immagini altrui o di oggetti di uso comune. Uno dei suoi lavori più noti è la reinterpretazione delle immagini della campagna pubblicitaria Marlboro, che aveva come soggetto il cowboy e il sogno americano.

Prince, di fatto, tra il 1980 e il ’92 si appropriò di quell’immagine ormai condivisa e la rifotografò, dandole un nuovo contesto e un nuovo significato, proprio ciò che ora gli viene contestato.

Prince, e prima di lui Warhol, Sherrie Levine e Barbara Kruger, per non essere accusati di plagio o di furto di proprietà intellettuale hanno potuto contare su una clausola della legge americana sul diritto d’autore, secondo la quale le opere protette da copyright sono disponibili al pubblico come materiale grezzo, senza necessità di autorizzazione, a condizione che dalla loro rielaborazione scaturisca qualcosa utile al “progresso della scienza e delle arti”.

In altre parole, se l’etichetta “Campbell’s” diventa opera d’arte, non c’è plagio. Per la giudice Batts, come riporta il New York Times che sta dando grande spazio al dibattito, c’è “fair use” soltanto se la rielaborazione fornisce “in qualche modo un approfondimento sull’opera a cui si riferisce, con legami al suo contesto storico e riferimenti critici all’originale”, cosa che, a suo avviso, manca nell’utilizzo della foto del rasta di Cairou fatta da Prince.

Al di là del dibattito su cosa è citazione e cosa è plagio nell’arte, Cairou pare l’emblema dei tanti fotografi professionisti che si sentono sempre più minacciati dalla facilità con cui un software può salvare le loro immagini e rielaborarle.

Perché, deve aver pensato Cairou, c’è chi fa fatica a vendere a un prezzo commisurato alla fatica le sue immagini e c’è chi, dipingendoci sopra un po’ di blu (come ha fatto Prince), le vende a cifre a sei zeri? Il ragionamento è semplicistico, ma non del tutto peregrino, in un momento in cui il web sta trasformando in modo radicale il concetto di “appropriazione” e alimentando la creatività anche grazie ai miliardi di immagini digitali e video clip disponibili e riutilizzabili da chiunque, non sempre con soli fini artistici.

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Megaupload, il supporto degli artisti

h1 dicembre 13th, 2011 by dee A.K.A. cyberdread

da Punto Informatico.
Nuova campagna promozionale orchestrata dal cyberlocker con il supporto di importanti musicisti a stelle e strisce. Il brano promozionale finisce su YouTube, ma Universal lo censura. Senza averne il diritto
Roma – Megaupload viene continuamente indicato dalle major multimediali USA come un sito “canaglia”, uno di quelli che andrebbero abbattuti a suon di censura un tanto al chilo grazie a progetti di legge quali SOPA e Protect IP. Le major sono convinte di quello che dicono, al punto da arrivare a censurare illegalmente un brano musicale che promuove l’utilizzo del popolare servizio di file sharing su web.

Il brano incriminato è quello qui di seguito embeddato, una promozione virale che vede la partecipazione consapevole di artisti da grosso calibro e tutti “in affari” con le major musicali e quindi con RIAA: partecipano alla musica, ai testi e al “messaggio” in favore di Megaupload Alicia Keys, Kanye West, Snoop Dogg, Chris Brown, The Game, Mary J Blige, Kim Kardashian, Floyd Mayweather, Jamie Foxx e altri.

I diritti di sfruttamento dei contenuti presenti nel video sono tutti di proprietà di Megaupload, ma nonostante ciò la versione YouTube della clip è caduta ripetutamente vittima di richieste di rimozione inviate Universal Music. Una vera e propria censura, denunciano le parti in causa, che potrebbe anche portare al blocco permanente dell’account YouTube di Megaupload per “ripetuta infrazione” – infrazione di diritti sulla cui proprietà a Universal non hanno la benché minima idea.

Quale che sia la motivazione di questo plateale e flagrante caso di censura, osserva Cory Doctorow, che si tratti di azione deliberata o assoluta incompetenza da parte degli avvocati di Universal, si tratta comunque di una formidabile dimostrazione del “suicidio sociale” che legislazioni come SOPA e Protect IP provocherebbero all’interno del sistema legale statunitense.

Alfonso Maruccia

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Svizzera, il paradiso del P2P sono legali i download pirata

h1 dicembre 7th, 2011 by dee A.K.A. cyberdread

SCARICA musica e film pirata, vederli su siti di streaming non autorizzati dai diritti d’autore: proibito in Italia, ma tutto legale in Svizzera. L’ha deciso nei giorni scorsi il Consiglio federale elvetico 1. Una presa di posizione maturata dopo i risultati di uno studio indipendente, commissionato dallo stesso consiglio, secondo il quale non è vero che la pirateria danneggia il patrimonio culturale nazionale. Va detto che ben il 30 per cento degli svizzeri sopra i 15 anni scarica file pirata.

La decisione è in realtà una conferma delle norme applicate finora: il governo comunica quindi che non inasprirà la tutela del diritto d’autore continuando così la sua tradizione permissiva, un atteggiamento che sta facendo infuriare l’industria del copyright. È notevole che abbia deciso di proseguire su questa strada, nonostante molti altri Paesi europei- compresa l’Italia- stiano invece adottando strumenti più severi di repressione. Ed è interessante che la motivazione del governo elvetico sia proprio la tesi più osteggiata dall’industria: quella secondo cui in fondo il download pirata non è un male; e sta all’industria- secondo il governo Svizzero- “adeguarsi ai nuovi comportamenti dei consumatori”. “Questo è il prezzo che paghiamo per il progresso. I vincitori saranno quelli che saranno capaci di usare le nuove tecnologie a proprio vantaggio e i perdenti quelli che perderanno il treno dello sviluppo e continuare a seguire i vecchi modelli di business”.

È illegale invece, anche in Svizzera, condividere file pirata. Anche in questo però le norme elvetiche sono eccezionalmente permissive: nel 2008, il governo le ha riviste a favore degli utenti e ora colpisce solo coloro che condividono molti file audio-video pirata. In altre parole, in Svizzera è legale usare software peer to peer se si condividono pochissimi file; oppure scaricare musica e film dai cyberlockers (siti come Rapidshare, Megaupload) o vederli in streaming. Illegale invece sia il download sia la condivisione di software (inclusi i videogame).

Anche in Italia c’è una differenza tra scaricare e condividere file pirata, anche se entrambe le attività sono illecite. Nel primo caso si rischia solo una multa fino 1.032 euro (ben poca cosa rispetto alle sanzioni milionarie che ci sono negli Usa). Nel secondo, si arriva a 2.065 euro e c’è persino il carcere se viene provato lo scopo di lucro (per esempio i gestori di siti che fanno attività pirata e hanno pubblicità).

“La decisione Svizzera non mi sorprende”, commenta Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell’industria musicale italiana). “E’ il Paese che ha conservato i tesori dei più grandi criminali della storia da Bokassa a Bin Laden e ha opposto per anni il segreto bancario per proteggere gli evasori fiscali. Oggi tutela i ladri del web. E’ innovazione tecnologica anche questa”, continua. “La decisione del governo svizzero è un’ottima notizia”, commenta da parte sua Fulvio Sarzana, avvocato esperto di copyright e promotore della campagna “Sitononraggiungibile” contro gli eccessi della tutela del diritto d’autore online. “La nostra Autorità garante delle comunicazioni invece non ha fatto alcuna ricerca indipendente prima di procedere una delibera sul copyright online”.

È questo il nuovo terreno di battaglia in Italia: Agcom dovrebbe pubblicare la versione definitiva della delibera nelle prossime settimane. È molto attesa, dopo tutte le polemiche che hanno colpito le precedenti bozze 2, accusate di consegnare ad Agcom un potere di repressione troppo grande (al limite della censura). Il timore di alcuni è adesso che Agcom faccia come l’anno scorso, quando ha pubblicato la delibera sul proprio sito il giorno della vigilia di Natale, forse per ridurre la possibilità di contestazioni. Se era questo il fine, le è andata male.

Di sicuro il 2012 sarà l’anno di maggiore tensione sul web, per la revisione del diritto d’autore online. La nuova frontiera è il tentativo dell’industria di cambiare le norme per colpire tutti quei siti che finora non sono stati perseguibili: i cyberlockers, appunto. A questo scopo, sta facendo strada negli Stati Uniti una proposta di legge (Sopa, Stop online piracy act): toglierebbe a molti siti una tutela normativa che finora li ha esonerati da responsabilità. Ma rischia di essere devastante per la libertà e l’innovazione di internet, secondo alcuni big del web, tra cui Google e Facebook. L’altra strategia che si sta affermando è colpire nel portafogli i siti che facilitano il download pirata: facendo pressione su Paypal e sui circuiti di carte di credito per impedire le donazioni degli utenti. Guarda caso, lo stesso tipo di embargo economico che sta strangolando Wikileaks 3.

da Repubblica.it.

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Pirateria, l’Europa vieta i filtri “Contrari alle leggi della Ue”

h1 novembre 24th, 2011 by dee A.K.A. cyberdread

Non si possono imporre filtri al web per impedire agli utenti di scaricare file pirata, perché questa pratica è contraria al diritto comunitario. L’ha stabilito oggi la Corte di giustizia europea, con una sentenza 1 che gli esperti definiscono “storica”: avrà un grosso impatto sul modo con cui, anche in Italia, viene protetto il diritto d’autore su Internet.

La Corte si è pronunciata su un caso che contrapponeva il provider belga Scarlet e la Sabam (la Siae belga). La Sabam aveva ottenuto da un giudice che il provider impedisse di usare programmi peer-to-peer per scaricare opere protette. La Scarlet si è rivolta però alla Corte d’appello di Bruxelles, che ha poi portato il caso alla Corte di giustizia.

Di qui la sentenza, che ora peserà non solo sul caso Scarlet ma in tutta l’Europa: “Il diritto dell’Unione vieta che sia rivolta a un fornitore di accesso ad Internet un’ingiunzione per predisporre un sistema di filtraggio di tutte le comunicazioni elettroniche che transitano per i suoi servizi, applicabile indistintamente a tutta la sua clientela, a titolo preventivo, a sue spese esclusive e senza limiti nel tempo”. Il motivo è che quest’ingiunzione violerebbe il diritto dei provider a non farsi sceriffi del web e a non sorvegliarlo a caccia di reati. Ma violerebbe anche “la libertà d’impresa, il diritto alla tutela dei dati personali e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni, dall’altro”. Sarebbe insomma il classico caso in cui in nome del copyright si vorrebbero fare storture ai danni di altri diritti.

Quelli del cittadino, soprattutto. Ma anche dei provider, che per rispettare l’ingiunzione sarebbero costretti a adottare un costoso sistema di filtraggio. “E’ una vittoria per i diritti dei cittadini di internet”, afferma Fulvio Sarzana, avvocato, leader del movimento “Sito non raggiungibile 2” per l’affermazione dei diritti fondamentali su internet. “Per l’industria del copyright diventerà impossibile, anche su richiesta di un giudice, ottenere i nomi di chi scarica file pirata, per esempio”, spiega Sarzana. “E’ quello che Fapav (Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva) aveva tentato di fare 3 in Italia”.

4“La sentenza impedirà ai giudici nostrani filtri per bloccare e tracciare gli utenti che scaricano o condividono file protetti da diritto d’autore”, aggiunge. “La sentenza avrà un impatto enorme sulla tutela del diritto d’autore online, in Europa”, conferma Innocenzo Genna, esperto di policy comunitarie in ambito informatico. “Bloccherà tutte le misure anti pirateria che poggiano su tecnologie di filtraggio, in Italia, Irlanda, Regno Unito e altri Paesi. A rischio adesso anche l’Hadopi francese 5“, continua.

Ottimista invece Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell’industria musicale italiana) secondo il quale “la sentenza impedisce solo il filtraggio preventivo e quindi autorizza a bloccare specifiche attività illegali su Internet”. Sulla stessa linea Marco Polillo, presidente di Confindustria Cultura, secondo il quale “la sentenza conferma  in maniera chiarissima che, ai fini del contrasto della pirateria online, l’Autorità Giudiziaria e gli Organi amministrativi di vigilanza, dopo aver accertato gli illeciti, possono ordinare provvedimenti di inibizione all’accesso attraverso il coinvolgimento degli intermediari”. Si pensa per esempio all’oscuramento di siti web o alla rimozione di link da cui scaricare file pirata. L’ultima vicenda, a proposito, è il sequestro di Italianshare, un network con cinque siti e 550mila utenti mensili italiani. I provider nostrani ritengono illecito però anche questo tipo di filtro e per la prima volta pochi giorni fa hanno ottenuto ragione 6 da un tribunale. Allo stesso modo si stanno ora opponendo anche al sequestro di Italianshare.

La prossima grande battaglia è alle porte: tra pochi giorni Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) varerà una delibera 7 per la riforma della tutela del copyright online. Le lobby del diritto d’autore le chiedono di facilitare l’oscuramento di siti web, come risulta da una lettera che le ha inviato Confindustria Cultura nei giorni scorsi. Si oppongono a questa misura invece le associazioni dei consumatori e politici bipartizan. L’attuale bozza della delibera non prevede oscuramenti ma la facoltà di Agcom di multare fino a 250 mila euro i gestori di siti che violano il diritto d’autore.

da Repubblica.it.

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Il futuro del copyright in Europa

h1 novembre 21st, 2011 by dee A.K.A. cyberdread

Neelie Kroes è olandese, ha 70 anni e dallo scorso anno è il Commissario per l’Agenda Digitale dell’Unione Europea. A lei spetta il compito di vigilare sui mezzi di comunicazione e dell’informazione, proponendo anche nuove soluzioni per la gestione del diritto d’autore e per facilitare la trasmissione e la diffusione delle informazioni e dei contenuti tra i cittadini europei. In un discorso tenuto sabato scorso ad Avignone (Francia), Kroes ha sostanzialmente attaccato l’attuale sistema del copyright, dicendo che non favorisce né gli artisti né chi acquista i contenuti e che andrebbe quindi ripensato.

Abbiamo bisogno di tornare ai fondamentali e rimettere l’artista al centro, non solo della legge sul diritto d’autore, ma della nostra intera politica per la cultura e la crescita. In tempi di cambiamento, abbiamo bisogno della creatività, del pensare fuori dagli schemi: delle arti creative per superare questo periodo di difficoltà e di modelli di business creativi per rendere redditizia l’arte. E per fare questo abbiamo bisogno di un sistema più flessibile, non le costrizioni di un singolo modello. Le piattaforme, i canali e i modelli di business attraverso i quali vengono prodotti i contenuti, distribuiti e fruiti possono essere vari e innovativi almeno quanto gli stessi contenuti.

Secondo Kroes, l’attuale sistema per la protezione del diritto d’autore non funziona e non consente di ottenere davvero i risultati per i quali era stato concepito. Inoltre, la sola idea di “copyright” è diventata indigesta per milioni di persone, che «odiano quello che ci sta dietro» ha spiegato il Commissario. Le soluzioni fino a ora adottate vengono considerate come strumenti per punire, non per riconoscere agli autori il lavoro svolto e i risultati ottenuti nella produzione di nuovi contenuti.

Negli ultimi anni le tecnologie legate alla comunicazione si sono evolute con estrema rapidità, mentre le leggi e le norme per il copyright hanno faticato a tenere il passo. Molti paesi hanno messo in campo leggi che di fatto riducono la possibilità di diffondere i contenuti per evitare che siano copiati illegalmente, fallendo però nel riconoscere agli autori quanto loro dovuto. In alcuni paesi europei, ha spiegato Kroes, il 97,5 per cento degli artisti ricava meno di mille euro al mese dal sistema del diritto d’autore: «Si tratta di un modo estremamente difficile di guadagnarsi da vivere». Chi produce contenuti non dovrebbe più vedere le nuove tecnologie come il problema, ma semmai come l’opportunità per creare un nuovo sistema del diritto d’autore e favorire la diffusione legale dei propri contenuti.

In tutti i tipi di settori, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) possono aiutare gli artisti a entrare in contatto con il loro pubblico, direttamente ed economicamente. E possono aiutare i cittadini a trovare e godersi contenuti che soddisfino le loro esigenze, i loro interessi e i loro gusti. E le ICT possono aiutare anche in altri modi, rendendo sostenibile un sistema di riconoscimento delle proprie qualità e di ricompensa. Un repertorio globale per scoprire che cosa appartiene a chi. Tracciare le tecnologie per permettere un processo completamente trasparente per gli artisti e gli intermediari per scoprire chi sta cercando un certo contenuto e distribuirne i ricavi di conseguenza.

Durante il suo discorso, Kroes non ha fornito dettagli precisi su quale sistema alternativo potrebbe sostituire o modificare l’attuale organizzazione delle norme sul copyright. Al momento il Commissario si è limitato a fare un discorso di indirizzo, che sembra però indicare quali potranno essere le sue intenzioni nei corsi dei prossimi mesi per ripensare almeno in parte il diritto d’autore: «Le nuove idee che potrebbero portare benefici per gli artisti vengono uccise prima che possano mostrare la loro efficacia, partono morte. Questo deve essere cambiato».

da Il Post.

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Usa, stretta sulla musica web vietato anche cantare cover

h1 ottobre 22nd, 2011 by dee A.K.A. cyberdread

da Repubblica.it.
Il Congresso americano sarebbe sul punto di approvare una legge che equipara i video pubblicati sul web al download illegale. Così gli autori di cover che caricano su internet la loro versione di canzoni famose potrebbero finire in carcere anche per cinque anni. Scatta la protesta che prende il volto di Justin Bieber, web-star nata proprio grazie alle cover su YouTube
ROMA – “Can anybody find me somebody to love?”. L’appello venne lanciato per la prima volta da Freddie Mercury. Fu proprio il frontman dei Queen a scrivere, nel 1976, la canzone, tra le più famose della band inglese. Un invito ad amare cantato lo scorso anno anche da Justin Bieber, che ne fece una cover. Ma ora, chi come la baby star canadese e molti suoi colleghi reinterpreta brani musicali eseguiti e pubblicati in precedenza da altri, rischia grosso: fino a cinque anni di carcere.

La notizia arriva dagli Stati Uniti, dove il Parlamento si appresta ad approvare con un accordo bipartisan la legge S.978. Il provvedimento equipara di fatto lo streaming di contenuti protetti dal diritto d’autore al download illegale. Così pubblicare su YouTube il video di un vostro amico che vi canta “Buon Compleanno” potrebbe dunque diventare pericoloso. Così come i filmati della recita scolastica di un figlio, le migliori azioni di una partita e comunque di tutte quelle situazioni in cui è presente un sottofondo musicale.

Proprio Bieber, il ragazzino della porta accanto diventato una star di fama internazionale grazie alle cover cantate su YouTube, è stato eletto a testimonial (involontario) di una campagna di sensibilizzazione per impedire che la S.978 venga approvata. “Se ciò accadesse – si legge sul sito Freebieber.org – Justin rischierebbe 5 anni di prigione. Chiunque si rende conto che si tratta di una cattiva idea”.

A volere la legge sono l’industria discografica
e cinematografica statunitensi: la Recording Industry Association of America (Riaa) e la Motion Picture Association of America (Mpaa). “Più severa è la legge sul copyright – si legge ancora sul sito – più alti sono i loro guadagni. Quello che vogliono è vedere la gente che paga 18 dollari per i loro dischi di plastica piuttosto che sentire cover meravigliose online e gratis. Hanno cercato di bandire i registratori e ora vorrebbero far diventare internet un movie store e perseguire ragazzini di 14 anni”.

L’appello al popolo del web è dunque quello di firmare una petizione direttamente sul sito o di esprimere il proprio dissenso sui più famosi social network perché l’approvazione della legge sia definitivamente bloccata. Si può anche registrare un video indirizzato ai membri del Congresso “da dietro le sbarre”. Video che per ora sono solo prese in giro. Ma se il prossimo concerto di Bieber ed emuli sarà davvero dal carcere (e sicuramente non pubblicato sul web) dovrà deciderlo la politica.

(22 ottobre 2011)

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