Il digitale è innocente!
febbraio 2nd, 2012 by dee A.K.A. cyberdread
da DJ Mag Italia
02 feb 2012 ⋅
Probabilmente il titolo di questo pezzo farà ribollire il sangue a molti, soprattutto a quelli che non perdono occasione di denigrare il progresso accusandolo di “sporcare” irrimediabilmente l’arte. Certi DJ, produttori e persino giornalisti veleggiano da tempo su banali luoghi comuni tendenti ad esaltare il passato a scapito del presente. E’ nato così il movimento del “prima però”, pronto ad ergersi tutore della verità, del talento e della passione. «I computer-DJ di oggi non sono in grado di tenere testa ai veri DJ di un tempo, che facevano girare i dischi in vinile e mixavano senza mouse» dicono. Ed aggiungono lapidari: «La qualità della musica non è più quella di una volta».
A mio avviso non è il mezzo a testimoniare a favore dell’artisticità, ed infatti anche quando la musica la si pressava solo su vinile non c’era limite al peggio. Così come è sempre esistito il talento, è sempre esistita l’inettitudine, e sempre lo sarà, digitale o non.
Qualcuno si appiglia al fatto che l’acquisto di musica rappresentava motivazione maggiore rispetto ad oggi, in cui il download pirata ha spesso la meglio. Forse, ma non necessariamente. Quanti ragazzini hanno investito i propri risparmi in vinili per poi abbandonare tutto nell’arco di un paio d’anni? La risposta la si trova nei mercatini dell’usato, dove i mix dei “bei tempi” non si contano più. Altri parlano dei costi dell’analogico come deterrente che spingeva i meno convinti a desistere. Quando mai. Esistono centinaia di etichette che, negli anni di apparente qualità suprema, hanno sfornato tonnellate di brani prodotti coi decantati equipment analogici e regolarmente editi su 12″, ma andati al macero nell’arco di pochi mesi perché ignorati dal mondo intero. Altri ancora hanno il coraggio di parlare dell’uso passivo del sample come entità relegata al nuovo millennio. Ridicolo.
Il movimento del “prima però” dimentica che un tempo c’era anche chi si faceva pesantemente condizionare dalle blasonate Top 20 radiofoniche, chi utilizzava il mixer con l’unico scopo di eludere il silenzio tra un brano e l’altro, e chi si proclamava produttore con dischi clonati più che passivamente dalle hit. Oggi c’è ancora chi segue la medesima strada, ma attraverso la tecnologia attuale. «Il modo in cui faremo tutto non sarà mai più lo stesso» recita un recente ed arguto spot televisivo.
Ancora dubbiosi? Leggete alcuni degli stralci che ho pazientemente raccolto facendo incetta nel mio archivio editoriale, e provate a collocarli cronologicamente. Le date verranno rese note tra una settimana e, vi assicuro, daranno fil da torcere anche ai più scettici.
Oggi non si tratta più di essere creativi, è sufficiente campionare la musica di altra gente e fare i soldi sfruttando quello che altri hanno creato. (Larry Heard, Dicembre xxxx);
Mi piace che molti abbiano cominciato a far dischi, però spesso la qualità non è buona. E i dischi che escono sono troppi. Molte canzoni sembrano non ultimate ed incomplete, o troppo simili l’una all’altra per la stessa programmazione della batteria. Vorrei che ci fosse un sound più personale, più libero, perché le cose del momento mi sembrano abbastanza statiche. Tutti stanno aspettando che succeda qualcosa di nuovo ed eccitante: io non aspetto, tento di farlo. (Marshall Jefferson, Gennaio xxxx);
Per me il mix è diventato vecchio: lo facciamo da vent’anni! Non ho niente contro il mix, ma la gente che pensa solo a mixare dimentica i pezzi buoni perché, a volte, questi non hanno ritmica adatta per essere mixati. Molti non passano certi brani perché non sanno se lasciarli andare o mixare l’intro, preferendone altri con introduzione che dura 7 minuti ma che non portano a nulla. Tutta questa gente usa sempre gli stessi campioni, le stesse ritmiche: dopo un po’ diventa noioso e la gente che sente sempre la stessa musica non andrà mai in negozio a comprarla. Vendono solo i pezzi che hanno una vera identità. Nel mio club, a New York, vorrei far suonare musicisti e DJ: credo sia interessante e stimolante. Se avessi fatto una cosa del genere in Italia, mi avrebbero tirato pomodori: qui tutti si aspettano un certo tipo di musica in base alla tendenza del locale. Non c’è nessun posto dove puoi mettere tutta la musica che vuoi: la gente non è pronta e il proprietario del locale ti direbbe che non puoi farlo. Vogliono sicurezza, e molti hanno paura di togliersi il paraocchi. Spero proprio che qualche DJ emergente, prima o poi, dica “al diavolo, noi possiamo fare meglio!”. Spesso le idee innovatrici vengono dai giovani che hanno nuova energia. (François Kevorkian, Dicembre xxxx);
Lo stato in cui versa la Dance music negli States è veramente disdicevole: la tecnologia a basso costo permette a tutti di fare musica, e tale aspetto necessiterebbe di un cambiamento, perché c’è troppa gente senza talento che entra in questo settore grazie all’estrema facilità nel farlo. Così vediamo ragazzi che sfornano tracks a getto continuo, vendendole alla modica cifra di 500/1000 dollari a compagnie discografiche che le comprano in quanto è molto meno costoso che investire su un gruppo vocale. E, se hanno la fortuna che la traccia venda, non devono pagare nient’altro al produttore. Altra cosa fastidiosa sono i DJ: attualmente stanno suonando solo merda! Ovviamente c’è qualcuno veramente bravo, ma non come negli anni Ottanta quando c’erano molti e capaci anche di mixare sapientemente tracce vocali. Quelli contemporanei sono semplicemente assemblatori di ritmiche elettroniche: non usano più produzioni di “musica vera” e si sono dimenticati (o non conoscono affatto) l’abc. Sono preoccupati dalle canzoni perché non hanno la benché minima concezione di come vengano fatte. Per questi DJ è sufficiente il bum bum. (Kurtis Mantronik, Settembre xxxx)
Ci sono così tante cose sbagliate che non so da dove iniziare. Tra queste l’eccessivo sovraffollamento del mercato, perché è troppo facile fare i dischi, e sono sempre troppo pochi quelli che cercano di fare cose nuove senza affondare in standard preconfezionati. (Erick Morillo, Aprile xxxx).
La crisi artistica di cui tanto si parla, dunque, non è affatto riconducibile a quella che ho, in un recente passato, definito “La Digitalizzazione Globalizzante” (vedi DJ Mag Italia n. 9, Aprile 2011).


